Parlare di futuro, un tempo, era un di più, qualcosa da riservare alle presentazioni nelle sale riunioni, ai whitepaper dei think tank o alle chiacchiere notturne, un po’ sognanti. Ma oggi il futuro bussa a tutte le porte: lo troviamo nei titoli sul clima, nelle rivoluzioni dell’intelligenza artificiale, nei cambiamenti di identità, nei nuovi valori, nel modo in cui intere generazioni stanno ripensando che cosa significhi davvero successo, lavoro, salute o connessione.
Non ci stiamo più chiedendo solo cosa viene dopo, ma che cosa vogliamo davvero, e chi ha il potere di decidere? In questo mare di cambiamento, il “foresight” (ovvero la capacità di anticipare e immaginare i futuri) non riguarda più tanto la previsione, quanto l’ascolto. Non si tratta di trend scintillanti o visioni da palla di vetro, ma di captare i segnali silenziosi che sono già qui, sotto la superficie. E di trasformarli in strategie concrete, inclusive, immaginative.
Ed è proprio qui che si inserisce la figura di Nayara Moia. Stratega del futuro, designer e ricercatrice con oltre 11 anni di esperienza, Nayara aiuta brand e organizzazioni a leggere la stanza culturale—a livello locale, globale e umano. Lavora all’incrocio tra dati e intuizione, unendo rigore analitico e profonda sensibilità per le persone, i luoghi e i contesti.
Divisa tra San Paolo e Stoccolma, ma attiva ovunque da remoto, Nayara ha collaborato con team multiculturali in Brasile, Belgio, Germania, Svezia, Singapore, Stati Uniti e Regno Unito. Il suo portfolio attraversa settori come tecnologia, moda, lusso, bellezza, alimentazione, salute e beverage – portando in ognuno di questi mondi uno sguardo radicato nei dati, ma guidato dal significato.
La sua grande passione? Scoprire il potenziale delle comunità e delle culture locali: quelle storie quotidiane che spesso contengono gli indizi più preziosi sul nostro futuro collettivo. Che stia esplorando i nuovi codici della bellezza, il lato emotivo della tecnologia o cosa significhi davvero “sostenibilità” da una parte all’altra del mondo, il suo lavoro ruota sempre attorno a un’unica cosa: la connessione umana.
In un tempo in cui tutto accelera, Nayara ci invita a rallentare. A osservare meglio. A farci domande più profonde. E a progettare futuri che siano coraggiosi, sì—ma anche radicati in ciò che ci rende umani. Qui su BUNS, l’abbiamo incontrata per parlare di comportamenti emergenti, tecnologie dal cuore grande, tensioni tra locale e globale, e di cosa si prova, davvero, a costruire futuri che appartengano a tutte e tutti.

Benvenuta, Nayara.
Usi dati, etnografia e strumenti di previsione nel tuo lavoro. Ma se dovessi descrivere davvero quello che fai in una sola frase, a qualcuno seduto accanto a te a una cena, cosa diresti? (Punti bonus se ci fai esclamare: “Aspetta, raccontaci di più!”)
Traduco i comportamenti umani e i trend culturali per aiutare le aziende a creare prodotti ed esperienze che le persone ancora non sanno di desiderare. Non uso (ancora) una sfera di cristallo, ma aiuto le aziende a vedere il futuro dei comportamenti dei consumatori.
Hai detto che la connessione umana è centrale nel tuo approccio. In un mondo saturo di tecnologia, come possiamo creare spazio per l’ascolto profondo, l’intelligenza emotiva e l’osservazione lenta, in processi che sembrano voler tutto pronto “per ieri”?
Credo che, come strategist del futuro, non smettiamo mai davvero di osservare, è qualcosa che ci viene naturale, e in fondo appartiene a ogni essere umano. Anche se sono timida di natura, le mie prime esperienze nel mondo del lavoro, soprattutto nel settore dei servizi, mi hanno insegnato il potere della conversazione nel modellare un’esperienza. Ho capito che uno scambio semplice, senza pretese, può rivelare intuizioni profonde. E da allora, ogni progetto a cui ho lavorato è stato nutrito da quelle verità umane che emergono proprio nei momenti di connessione.
Le intuizioni non arrivano solo dai report o dai dashboard: si manifestano nelle interazioni quotidiane, nelle osservazioni fugaci, nelle conversazioni inaspettate. Che si tratti di una chiacchierata con uno sconosciuto o di un’immersione nei pattern culturali, ogni incontro ha il potenziale di costruire una storia più grande.
L’intelligenza emotiva non è un lusso: è un vero vantaggio competitivo. Quando ascoltiamo meglio, costruiamo meglio.
Nayara, vivi (o meglio, hai vissuto) a Stoccolma ma hai lavorato un po’ ovunque. Cosa ti ha insegnato la Svezia su come le persone si relazionano al tempo, al futuro e all’innovazione? C’è qualcosa di “nordico” nel modo in cui il futuro viene immaginato?
Sì, mi sono appena trasferita a San Paolo, per una questione familiare. Ho vissuto in Svezia per gli ultimi tre anni, e credo che lì si trovi un equilibrio molto particolare tra vivere nel futuro e custodire il passato. C’è un profondo rispetto per la tradizione, ma non come qualcosa di statico, piuttosto come una base da cui partire per costruire il domani. Che si tratti di architettura, design o valori sociali, c’è una sensazione di continuità che alimenta lo spirito innovativo.
Il design svedese, per esempio, è minimalista e orientato al futuro, ma trae ancora molto dalla storia del Paese, fatta di artigianato e bellezza funzionale. Anche il modo in cui la Svezia integra la sostenibilità nella vita quotidiana è un perfetto esempio di come si possa immaginare il futuro in armonia con il passato.
È un equilibrio raro: andare avanti senza perdere di vista da dove si viene.
Parli spesso del potere delle culture locali e delle comunità. Hai un esempio di piccolo cambiamento locale o storia apparentemente “minore” che ti ha rivelato qualcosa di molto più grande sul futuro?
Coconat, vicino Berlino, è l’esempio perfetto di come un piccolo cambiamento locale possa svelare una tendenza globale. Non è solo uno spazio di coworking o coliving: è uno sguardo sul futuro del lavoro, della comunità e del nostro rapporto con la natura. Quello che era nato come un semplice progetto rurale si è trasformato in un modello capace di ispirare una nuova idea di convivenza tra lavoro, territorio e persone. E oggi lo vediamo riflettersi nei trend globali sul lavoro da remoto, il nomadismo digitale e perfino nella pianificazione urbana.
Ho avuto l’opportunità di vivere e lavorare a Coconat per un mese, alla fine del 2017, e ho visto con i miei occhi che non era solo un “ritiro” per freelance, ma un catalizzatore di cambiamento per la comunità locale.
La cosa che mi ha colpito di più è stato il coinvolgimento profondo delle persone di Klein Glien, Brandeburgo. Invece di restare uno spazio isolato per chi fuggiva dalla città, Coconat ha scelto di aprirsi al territorio: ha creato lavoro, riqualificato un edificio abbandonato, portato nuova vita in una zona rurale. Non era solo una questione di smart working, ma un modo completamente nuovo di pensare a come gli spazi rurali possono diventare poli di innovazione e connessione.
Anni prima della pandemia e del boom del lavoro da remoto, Coconat stava già dimostrando che il futuro del lavoro non è solo digitale: è profondamente locale.
Ha mostrato come il coworking possa sostenere allo stesso tempo le economie globali e quelle di prossimità, costruendo ponti invece di barriere.
Infine, sul tuo radar personale, cosa sta emergendo in questo momento? Che sia una sensazione, un comportamento, uno strumento tecnologico o persino un meme, cosa ti sussurra “qui c’è qualcosa”?
Da anni percepisco una strana stagnazione nel mondo dell’arte e della moda, le tendenze si riciclano sempre più in fretta, ma la vera innovazione sembra diventata rara. Al posto di nuovi movimenti audaci, siamo bloccati in una cultura del remix infinito, dove la nostalgia guida tutto: dalla moda Y2K alle opere “nuove” generate dall’AI, che in realtà sono solo rimescolamenti del passato.
E mi chiedo: abbiamo perso la capacità di immaginare qualcosa di davvero nuovo?
Oppure siamo in una sorta di “respiro profondo” culturale, in attesa della prossima vera ondata di cambiamento?
Quello che sento è che le persone iniziano a stancarsi di questo loop. C’è fame di qualcosa di crudo, inaspettato, autenticamente legato a questo momento — non solo un’altra riedizione di estetiche passate.
Spesso sembra di trovarci in un’epoca di decadimento culturale e intellettuale, in cui la profondità viene sostituita da un coinvolgimento superficiale. Il flusso costante di contenuti brevi, cose generate dall’AI e la gamification dell’attenzione rendono sempre più difficile stare nella complessità.
Reagiamo invece di riflettere. Consumiamo invece di creare.