C’è un prima e un dopo DeepSeek.
Questo è il punto di partenza – e d’arrivo – del saggio agile ma densissimo di Mafe de Baggis e Alberto Puliafito, E poi arrivò DeepSeek. Dalla Cina in open source: l’AI che ha cambiato le regole del gioco. L’uscita della versione R1 del modello cinese di intelligenza artificiale, il 20 gennaio 2024, non è stata solo un evento tecnico: è stata un evento geopolitico, economico, culturale.
DeepSeek ha fatto irruzione nel panorama già affollato delle AI generative con una potenza deflagrante: prestazioni comparabili ai modelli occidentali più avanzati, a una frazione dei costi, del consumo energetico e con un approccio (parzialmente) open source. Una dichiarazione di intenti tanto tecnologica quanto ideologica: abbattere il recinto del software proprietario, e rendere l’intelligenza artificiale (quasi) accessibile a tutti.
Ma cosa succede davvero quando l’AI diventa materia pubblica, fluida, malleabile? Cosa comporta aprire il codice sorgente di un’intelligenza capace di apprendere, generare, rispondere, suggerire? De Baggis e Puliafito ci accompagnano tra le crepe – e le possibilità – di questo nuovo mondo in formazione. Lo fanno con una scrittura chiara e colta, mai pedante, capace di alternare dati, suggestioni filosofiche e inviti concreti all’azione. Perché in fondo la questione è una sola, ma abissale: possiamo davvero permetterci di non capire cosa sta succedendo?

Qui un estratto.
Non solo prompt: l’AI è infrastruttura, energia, potere
Il libro ha il grande merito di spostare lo sguardo dal solo uso dell’AI (il prompt, il tool, la creatività aumentata) alla profondità della sua esistenza materiale. Dietro ogni generazione testuale, visiva o vocale c’è un mondo di risorse: energia, server, chip, supply chain, policy, geopolitica. DeepSeek non è un giocattolo o una minaccia: è un segnale. Che ci avvisa che il mondo dell’intelligenza artificiale non è fatto solo di contenuti generati, ma di strutture di potere che si stanno ridisegnando sotto i nostri occhi.
In questo senso, l’ascesa di DeepSeek – così come della francese Mistral o di altri attori non americani – mette in discussione la supremazia tecnologica statunitense e al contempo espone la debolezza dell’Europa, che si vanta del suo AI Act ma non ha ancora un piano industriale credibile. L’invito degli autori è netto: serve un “CERN per l’AI”, serve investimento pubblico, serve visione.
Contenuti generati, pubblico disincantato
Il libro si legge anche come una lente per comprendere un fenomeno già sotto gli occhi di chi lavora nella comunicazione, nel marketing, nei media: l’invasione dei contenuti generati da AI. Secondo dati recenti riportati da Variety, il 70% delle persone si dice a disagio all’idea di consumare contenuti interamente prodotti da AI, e oltre la metà diffida anche di quelli “solo” assistiti. Eppure, ogni giorno OpenAI immette nel web oltre 100 miliardi di parole. L’intelligenza artificiale sta saturando l’infosfera.
Ma il problema non è solo quantitativo. È qualitativo, simbolico, relazionale. L’AI prometteva di liberarci tempo per fare lavoro più generativo. In realtà, molti creator oggi si ritrovano a correre ancora più in fretta: devono produrre più contenuti, in meno tempo, con più pressione, e con la minaccia costante che tutto venga fagocitato da un algoritmo o da un video sintetico fatto meglio. Un paradosso perfetto.
L’effetto plastica: contro la creatività omogenea
L’AI può potenziare la creatività umana. Ma può anche annullarla. Se l’intero processo creativo viene automatizzato – dalla scrittura allo storytelling, dalla voce alla grafica – il rischio è quello di un mondo fatto di contenuti perfetti, ma senz’anima. “Plastica”, come lo definisce Harris Cheng, fondatore di Jupitrr AI. Video ben confezionati, ma vuoti. Prompt ben scritti, ma impersonali. Un mare di voci sintetiche dove diventa difficile distinguere chi siamo davvero.
Il problema non è l’AI in sé, ma l’uso cieco, indifferenziato, omologato che se ne fa. Per questo De Baggis e Puliafito ci invitano a personalizzare, non subire. A fare prompt memetici, non solo mimetici. A usare l’AI per esprimerci meglio, non per scomparire dentro un template.
Una questione di fiducia (e di presenza umana)
La fiducia è l’elemento chiave. Lo è nella politica, nell’informazione, nel brand. Un contenuto interamente generato da AI, privo di trasparenza o contatto umano, non genera fiducia. E senza fiducia, ogni relazione – anche quella con un pubblico, un cliente, una community – si sgretola. L’unico antidoto è la presenza umana: il volto, la voce, l’opinione, l’irregolarità. L’imperfezione, insomma. Perché è lì che riconosciamo l’autenticità.
E poi arrivò DeepSeek non è un libro per addetti ai lavori. È un testo necessario per chiunque lavori nella comunicazione, nella cultura, nella tecnologia – ma anche per chi semplicemente vuole orientarsi in questo presente che corre troppo in fretta. È un libro che chiede di pensare, ma anche di agire. Di non delegare tutto alle macchine, ma di scegliere consapevolmente come – e perché – usarle. Perché l’intelligenza artificiale cambierà il mondo. Ma solo noi possiamo decidere in quale direzione.
Una bibliografia aggiornata
Mafe de Baggis ha pubblicato qui su LinkedIn una bibliografia aggiornata del testo, che riportiamo anche qui, per dare un’idea di cosa c’è dietro le riflessioni sull’AI per i due autori. E presto ne farà una lista su Goodreads, perché per un’Human AI serve una cultura umanistica, non solo tecnica.
Cosimo Accoto, Il pianeta latente. Provocazioni della tecnica, innovazioni della cultura, Egea, Milano, 2024.
Alessandro Aresu, Geopolitica dell’intelligenza artificiale, Feltrinelli, Milano, 2024.
Ferdinando Cotugno, Primavera ambientale. L’ultima rivoluzione per salvare la vita umana sulla Terra, Feltrinelli, Milano, 2022.
Irene Doda, L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo, Tlon, Roma, 2024.
Maurizio Ferraris, Webfare: A Manifesto for Digital Well-Being, Transcript Verlag, 2024.
Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, 2009.
Vera Gheno, Grammamanti. Immaginare futuri con le parole, Einaudi, Torino, 2024.
Thomas Goodwin, Digital Darwinism: Survival of the Fittest in the Age of Business Disruption, Kogan Page, 2018.
Diletta Huyskes, Tecnologia della rivoluzione. Progresso e battaglie sociali dal microonde all’intelligenza artificiale, Il Saggiatore, Milano, 2024.
Naomi Klein, Doppelganger: a trip into the mirror world, Allen Lane, 2023.
Naomi Klein, The Shock Doctrine. The Rise of Disaster Capitalism, Penguin, 2014.
Bernard Labatut, Maniac, Adelphi, Milano, 2023.
Fei-Fei Li, Tutti i mondi che vedo. Curiosità, scoperta e meraviglia all’alba dell’intelligenza artificiale, Luiss University Press, Roma, 2024.
Ezio manzini , Design, when everybody design, The MIT Press, Boston, 2015.
Miguel Mellino, Cittadinanze postcoloniali. Appartenenze, razza e razzismo in Europa e in Italia, Carocci, 2013.
Simon Roberts, L’intelligenza del corpo. Che cosa sa il nostro corpo che noi non sappiamo, Feltrinelli, 2024.
Richard Stallman, Why open source misses the point of free software
Luca Serianni, Gabriele Antonelli, Il sentimento della lingua: Conversazione con Giuseppe Antonelli, Il Mulino, Bologna, 2018.
Jianwei Xun, Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Tlon, 2025.
Gabrielle Zevin, Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow, Tea, 2024.